Fonografo #1: Lively Ones & Charlie Mingus

Ad un ascolto serio, fatto con l’intento di giudicare, dovrebbe sempre corrispondere una piccola ricerca storica, biografica, discografica, per inquadrare il brano, il disco, una voce, uno strumento.

Ma il bello della musica è che è, il più delle volte, breve, non ha nulla a che vedere con l’impegno che  richiede un libro, e la si può ascoltare magari dieci volte senza conoscere chi ne sia l’artefice, mentre ci si guarda bene dal leggere dieci volte un libro senza nemmeno sapere chi fosse l’uomo con la penna in mano.

E sopratutto nell’epoca della musica a fiumi, degli mp3 che entrano ed escono dai nostri lettori o computer senza lasciar traccia, magari dimenticati per anni e ritrovati grazie ad una fortunosissima riproduzione casuale, capita spessissimo di ascoltare per curiosità e non per conoscenza.

Così spuntano due minuti dei Lively Ones che piccoli come una cruna d’ago si lasciano vedere attraverso, e vedi i colori pastello della ragazza incerchiettata che viene invitata per la prima volta a ballare in una calda estate della California che scopriva la gioventù.

E ugualmente da un anti-mp3 vinilico escono queste stanze dove gli occhi son sinceri e le guance della tromba risplendono sui tavolini, magari c’è puzza di sudore, ma c’è profumo di bellezza, quella bellezza malinconica per cui il jazz è nato.

Tutte note suonate per passi trascinati, più o meno ingenuamente, più o meno sensualmente.

In fondo ascoltare senza conoscere è come parlare di musica senza saper suonare: più che possibile.

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Pagina #1: Critica, impressione e lettura.

Sono un lettore semplice, senza pretese eccessive, raramente rileggo libri già letti tranne nei casi significativi, e forse per la fame che la lettura, che ho scoperto solo da pochi anni, da, punto più alla quantità, alla pluralità di voci da inserire tra la retina e le pagine di un nuovo libro, che alla profondità, all’attenta comprensione di pochi testi, il che equivale a porre quella stessa pluralità questa volta tra tutto me ed il libro, come una nebbia dunque e non come una cataratta.

Dove sta il giusto mezzo? l’arcinoto confine tra quantità e qualità?

A quest’interrogativo rispondo portando al centro della questione la critica letteraria, in cui credo, in cui spero, a cui mi appello per “saperne di più”. Sono della parte che crede che il valore di ogni testo stia nell’equilibrio tra vuoti e pieni, tra quanto si dice e quanto non si dice, tra l’immagine necessaria e quella suggerita; è qui che la critica deve agire, nel separare ciò che si  legge e ciò che si immagina, separarlo e poi tirarne le maglie fino a saldarle tra loro, come si uniscono due facce di un maglione: renderlo “indossabile”, vivibile, respirabile, sensibile.

Ora, sempre più pressante è la questione dei modi, degli strumenti del critico, come vedere le cose? attraverso cosa leggerle? La pretesa a scientificità, oggettività, perseguita sul finire del secolo scorso se da una parte ne significò il successo, l’ampliamento d’orizzonti, dall’altra diventò qualcosa di segregato, di chiuso, diventò una materia accademica, brillante, scintillante a tratti, ma per intenditori, per iniziati.

La differenza con quella che sembrava l’ingenua, soggettiva, impressionistica critica precedente risiede in uno scarto sostanzioso dei possibili usufruenti di tali impressioni, e non è cosa da poco.

Cosa scegliere tra oggettivo e dunque ristretto e soggettivo ma largo?

La scelta come si vede è la stessa che si poneva precedentemente tra leggere pochi libri o molti, ed ecco che giungiamo al punto centrale.

Il problema della critica sta prima del problema stesso: sta nel porsi uno scopo, un programma. Passi la riflessione su fini e mezzi, necessari ad ogni attività dell’intelletto propriamente detta, ma l’oggetto vero e proprio deve essere il testo, l’autore, questo sia lo scopo. Dare un punto di vista, una lente d’ingrandimento e non un metodo, uno schema, più o meno adattabile su più testi.

Da semplice lettore, da scarso autore, dico che preferisco più un’opinione sincera, dettata dalla passione più che dal sapere, magari fallace, grondante dubbi ma onesta e personale che un metodo di vivisezione linguistico, semiologico, antropologico o quant’altro. Anche perché dal dubbio si rinasce con un nuovo interrogativo, ogni dubbio è una strada aperta, il dubbio è l’araba fenice, è l’ignorare socratico; mentre da uno strumento esausto se ne esce solo con la messa in funzione di nuovi strumenti, nuove trame da sovrapporre al testo, rabbuiandone sempre più la bellezza intima, enigmatica.

Conosciamo, siamo costretti a conoscere con rassegnazione più o meno viva, lo stato del sapere odierno, superficiale e imprendibile ma multiforme e mimetico, analogico, saturo: si può agire solo con la selezione, che non vuol dire canone, ma intensità.

Se la letteratura – e la sua critica – sopravviverà sarà solo per passione e non per profondità d’analisi.