Fonografo #1: Lively Ones & Charlie Mingus

Ad un ascolto serio, fatto con l’intento di giudicare, dovrebbe sempre corrispondere una piccola ricerca storica, biografica, discografica, per inquadrare il brano, il disco, una voce, uno strumento.

Ma il bello della musica è che è, il più delle volte, breve, non ha nulla a che vedere con l’impegno che  richiede un libro, e la si può ascoltare magari dieci volte senza conoscere chi ne sia l’artefice, mentre ci si guarda bene dal leggere dieci volte un libro senza nemmeno sapere chi fosse l’uomo con la penna in mano.

E sopratutto nell’epoca della musica a fiumi, degli mp3 che entrano ed escono dai nostri lettori o computer senza lasciar traccia, magari dimenticati per anni e ritrovati grazie ad una fortunosissima riproduzione casuale, capita spessissimo di ascoltare per curiosità e non per conoscenza.

Così spuntano due minuti dei Lively Ones che piccoli come una cruna d’ago si lasciano vedere attraverso, e vedi i colori pastello della ragazza incerchiettata che viene invitata per la prima volta a ballare in una calda estate della California che scopriva la gioventù.

E ugualmente da un anti-mp3 vinilico escono queste stanze dove gli occhi son sinceri e le guance della tromba risplendono sui tavolini, magari c’è puzza di sudore, ma c’è profumo di bellezza, quella bellezza malinconica per cui il jazz è nato.

Tutte note suonate per passi trascinati, più o meno ingenuamente, più o meno sensualmente.

In fondo ascoltare senza conoscere è come parlare di musica senza saper suonare: più che possibile.

Irrealtà #1: La porta è un mattino pieno di luce.

In tram, tornando a casa, un uomo fissava di nascosto le gambe di una donna: la sua testa era movimento inversamente proporzionale alla direzione dello sguardo di lei.

Ci ha provato un paio di volte a fissarla senza distogliere il proprio coraggio, è stato sconfitto infine.

Per il resto delle fermate si è concentrato su un bullone triste, a terra, lì dove lo snodo di carrozze ha il girare di un mappamondo; ne ha imitato la tristezza e con la mano in più istanti ha tirato il mento, come si fa quando si ha barba, con l’aspetto ferito di chi ha messo la mano sul fuoco troppo a lungo.

In lui ho visto me, ho visto te, ho visto tutti noi, che al principio del secolo abbiamo il secolo più greve sulle spalle, il suo peso così asfissiante, la cassa toracica compressa dalle consapevolezze.

Questa la nostra sorte: abbiamo indosso la nuvola grigia del sogno disilluso, siamo tristi – chi più chi meno tra il silenzio, a sera, lo sarà – perché sentiamo la possibilità di poter essere ogni cosa, di poter sperare, di poter pensare ad un domani differente, ma ogni porta è chiusa, e se mai, con sforzi decennali dovessimo riuscire ad aprirla, ve ne sarebbe un’altra oltre, ancora più tenace.

E la porta non è che un mattino pieno di luce.