Cinematografo #1: da Camerini a Monicelli

Vorrei mettere a confronto, o meglio insieme, due film, a loro modo simmetrici: Rotaie di Mario Camerini e Il marchese del grillo di  Mario Monicelli.
Il primo, del 1929, segna l’inizio di una cinematografia italiana che sa pensare e creare autonomamente dai dettami di regime; il secondo è del 1981 e involontariamente è tra gli ultimi avamposti a resistere prima della crisi di temi e linguaggi degli anni 80 e 90.
Rotaie è ancora cinema muto (tranne per alcuni rumori d’ambiente), nonostante da due anni in america il sonoro abbia preso piede, ma il muto ha un suo spazio che, a mio modo di vedere, avrebbe meritato ancora spazio, per anni e anni: senza le parole il punto di vista è diverso, le espressioni e i dettagli parlano, sono in primo piano, sono loro i narratori. Con le parole tutta questa attenzione verrà spostata sul dialogo, sulle battute.
In Rotaie tutto questo è espresso perfettamente, la coppia in fuga è fatta di umori, di emozioni troppo forti e incontrollabili.

Si narra di una coppia fuggita di casa che vuol far perdere tracce di sé sperando di trovare la felicità unicamente nel loro amore, ma lo scontro con la povertà avviene presto, nell’albergo da cui son costretti a fuggire con la pioggia non avendo da pagare. Il fortunoso ritrovamento di un ben nutrito portafogli li condurrà all’apice della vita sanremese, dove il lusso e il gioco d’azzardo li accecherà, facendo loro dimenticare la ben più cruda realtà. Ma il vizio del gioco sperpera ogni loro speranza e un impassibile uomo tenterà di metterli al giogo pagando i debiti di lui (Maurizio D’Ancora)in cambio di incontri con l’affascinante compagna (Käthe von Nagy). Costretti ad un’altra fuga – la dignità ferita della donna non regge il gioco – ritrovano la loro dimensione, lui trova un lavoro in fabbrica e infine sembrano trovare in questa umiltà semplice la felicità.

I loro sguardi fanno il film, prima circospetti e impauriti, poi sorpresi e vitali, poi abbattuti, poi semplicemente gioiosi. Camerini da prova di approfondita cultura cinematografica, tant’è che le tre sezioni della pellicola sono pensati con altrettanti stili: prima un lieve espressionismo, che sa di cinema europeo, sopratutto tedesco e francese; poi sembra entrare in un mondo Lubitschiano, da commedia americana, con i doppi giochi e il tipico ritratto un po’ derisorio dell’alta società; il finale invece ha tutto del cinema russo, le inquadrature dall’alto sulla folla, la scena sul treno in cui si “riscopre” il popolo e la semplicità di emozioni, che erano al principio della fuga.
In un’Italia dominata da cinema di argomento classico (Nerone, Quo vadis) o di propaganda, Rotaie aprì una porta, indicò una strada su un intero mondo di cinema possibile.

Il marchese del grillo fa l’operazione opposta. Attraverso la commedia, la risata, dice che il cinema non ha più molte possibilità. Nella auto-parodia del protagonista, che gioca col suo ruolo di nobile in declino, c’è l’autoritratto di un cinema che è troppo stanco per ripetersi ancora, e su tanta maniera, su tante idee riafferma la realtà. È il mondo ignorante e “disposto ad applaudire chiunque comandi” che viene ritratto, nell’epoca in cui Napoleone ambiva a conquistare l’intera europa, prima con le armi e poi con gli ideali. Ma fin dove possono arrivare le idee, fin dove può correre una carrozza con un nobile romano e un ufficiale francese mentre canta la marsigliese? Fin dove è terra di Don Bastiano, prete diventato brigante, che onesto ma prepotente impone le sue leggi e il suo mondo fatto di superstizione e dialetto, che anche se celato e subdolo non tramonterà mai fino ai giorni nostri. Monicelli mette dunque in scena la disillusione: con gli ideali (o con la tradizione) non si può far tutto, e allo stesso modo il cinema non può essere tutto.

(E non deve dimenticare di essere godibile aggiungo io.)
Gli scenari, gli abiti, gli attori, tutto sembra perfetto, ideale, ma il tutto è una caricatura di sé stesso, dal papa alla vecchia marchesa.
La simmetria e il conseguente scambio tra il Sordi marchese e il Sordi carbonaro è l’apoteosi di questo concetto e del film. Lo scambio tra ricco e potente è ripreso (quanto consapevolmente?) da un racconto da Le mille e una notte, e qui il povero scambiato per marchese rischia addirittura di finire ghigliottinato al posto suo, ma tornerà nella sua povera bottega, sbeffeggiato quando racconterà del suo “sogno” di essere nobile, ma felice di essere salvo.
Ecco, il cinema per una stagione, quella degli anni 60 e 70, ha “sognato” di poter essere tutto, di potersi sostituire alle altre arti, di ricreare una doppia realtà, ma è stato costretto a ridimensionarsi, a tornare a volare basso, a tornare a bottega, nel carbone: il carbone delle lampade dei vecchi proiettori cinematografici.
Ripensare, ritornare a scuola, alla ricerca di un nuovo Rotaie.
Purtroppo, mentre Il marchese del grillo ha più versioni dvd ed è non di rado trasmesso in tv, Rotaie nonostante il restauro effettuato presso L’immagine ritrovata due anni fa, e la proiezione al Festival internazionale del film di Roma del 2011 ancora non è disponibile al grande pubblico ed è un grande dispiacere vista la sua rilevanza storica. Per chi volesse comunque vederlo, anche se in pessima qualità, può trovarlo su youtube qui.
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