Fonografo #1: Lively Ones & Charlie Mingus

Ad un ascolto serio, fatto con l’intento di giudicare, dovrebbe sempre corrispondere una piccola ricerca storica, biografica, discografica, per inquadrare il brano, il disco, una voce, uno strumento.

Ma il bello della musica è che è, il più delle volte, breve, non ha nulla a che vedere con l’impegno che  richiede un libro, e la si può ascoltare magari dieci volte senza conoscere chi ne sia l’artefice, mentre ci si guarda bene dal leggere dieci volte un libro senza nemmeno sapere chi fosse l’uomo con la penna in mano.

E sopratutto nell’epoca della musica a fiumi, degli mp3 che entrano ed escono dai nostri lettori o computer senza lasciar traccia, magari dimenticati per anni e ritrovati grazie ad una fortunosissima riproduzione casuale, capita spessissimo di ascoltare per curiosità e non per conoscenza.

Così spuntano due minuti dei Lively Ones che piccoli come una cruna d’ago si lasciano vedere attraverso, e vedi i colori pastello della ragazza incerchiettata che viene invitata per la prima volta a ballare in una calda estate della California che scopriva la gioventù.

E ugualmente da un anti-mp3 vinilico escono queste stanze dove gli occhi son sinceri e le guance della tromba risplendono sui tavolini, magari c’è puzza di sudore, ma c’è profumo di bellezza, quella bellezza malinconica per cui il jazz è nato.

Tutte note suonate per passi trascinati, più o meno ingenuamente, più o meno sensualmente.

In fondo ascoltare senza conoscere è come parlare di musica senza saper suonare: più che possibile.