Irrealtà #1: La porta è un mattino pieno di luce.

In tram, tornando a casa, un uomo fissava di nascosto le gambe di una donna: la sua testa era movimento inversamente proporzionale alla direzione dello sguardo di lei.

Ci ha provato un paio di volte a fissarla senza distogliere il proprio coraggio, è stato sconfitto infine.

Per il resto delle fermate si è concentrato su un bullone triste, a terra, lì dove lo snodo di carrozze ha il girare di un mappamondo; ne ha imitato la tristezza e con la mano in più istanti ha tirato il mento, come si fa quando si ha barba, con l’aspetto ferito di chi ha messo la mano sul fuoco troppo a lungo.

In lui ho visto me, ho visto te, ho visto tutti noi, che al principio del secolo abbiamo il secolo più greve sulle spalle, il suo peso così asfissiante, la cassa toracica compressa dalle consapevolezze.

Questa la nostra sorte: abbiamo indosso la nuvola grigia del sogno disilluso, siamo tristi – chi più chi meno tra il silenzio, a sera, lo sarà – perché sentiamo la possibilità di poter essere ogni cosa, di poter sperare, di poter pensare ad un domani differente, ma ogni porta è chiusa, e se mai, con sforzi decennali dovessimo riuscire ad aprirla, ve ne sarebbe un’altra oltre, ancora più tenace.

E la porta non è che un mattino pieno di luce.

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